Recensione
In Cime tempestose, Emerald Fennell porta alle estreme conseguenze una cifra stilistica già evidente nei suoi precedenti lavori: uno stile completamente estetizzante, in cui l’estetica (anche quella degli attori) domina su tutto il resto.
Dopo tre film impostati in questo modo, e nei quali, se possibile, l’apparato visivo ha preso sempre più spazio, mi rifiuto di pensare che non si tratti di una scelta pienamente consapevole.
Questo sembra essere, ormai, il cinema di Emerald Fennell: un cinema capace di creare immagini fortemente suggestive, sostenute da un linguaggio moderno, riconoscibile e immediatamente identificabile. Un approccio che trova una delle sue principali ragioni di forza in un comparto produttivo di altissimo livello in ogni reparto, dalle scenografie ai costumi, fino alla fotografia del sempre bravissimo Linus Sandgren.
È un cinema che può non piacere - io, ad esempio, non ne vado pazzo - ma di cui va comunque riconosciuta l’impronta autoriale.
Con Cime tempestose, adattamento cinematografico del celebre romanzo di Emily Brontë, Fennell dà forma a fantasie che sono innanzitutto sue, ma probabilmente anche di numerosissime lettrici. Il film sembra infatti partire proprio dalla volontà di trasformare l’immaginario legato al romanzo in qualcosa di estremamente personale, contemporaneo e visivamente riconoscibile.
Il risultato è un film in cui ogni elemento sembra essere pensato per colpire lo sguardo: costumi, scenografie, fotografia, corpi e ambientazioni concorrono alla costruzione di un universo estetico preciso e fortemente caratterizzato.
Ed è proprio qui che, allo stesso tempo, emerge quello che considero il principale limite del cinema di Fennell.
Anche in questo caso, come soprattutto in Saltburn, il contenuto - ciò che di più profondo il film dovrebbe offrire - tende a non emergere completamente, sacrificato a favore della forma.
La sensazione è che l’apparato visivo sia talmente dominante da finire per occupare quasi tutto lo spazio disponibile, lasciando in secondo piano quelle riflessioni e quelle emozioni che dovrebbero costituire il cuore della storia.
Non significa, naturalmente, che Cime tempestose sia privo di idee. Piuttosto, mi sembra che queste vengano continuamente filtrate attraverso una precisa ricerca estetica, che finisce per essere più forte di ciò che il film vuole raccontare.
In ogni caso, mi aspettavo esattamente ciò che ho visto.
Anzi, probabilmente mi sarei aspettato che Emerald Fennell osasse ancora di più, spingendosi oltre in alcuni momenti e portando fino alle estreme conseguenze quella libertà estetica che rappresenta, a mio avviso, la caratteristica più evidente del suo cinema.
Forse è proprio questa l’unica cosa che posso davvero rimproverarle: se doveva essere un eccesso di forma, avrei preferito che fosse un eccesso ancora maggiore.
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