Recensione
Fortemente criticato in quanto ennesimo tributo al cinema da parte di un regista contemporaneo, Empire of Light in realtà non si dimostra essere nulla di tutto ciò, o almeno non nel senso più convenzionale del termine.
Certo, il cinema (più come luogo fisico che come arte) è il perno attorno al quale ruotano i principali protagonisti della vicenda. L’Empire è lo spazio nel quale si incontrano, lavorano, si rifugiano e, in qualche modo, cercano di trovare un posto nel mondo. Ma il film di Sam Mendes non sembra avere come obiettivo principale quello di celebrare la settima arte.
Piuttosto, il regista mette in scena un ritratto dell’Inghilterra dei primi anni ’80, quella della sua adolescenza, e lo fa attraverso le storie di due soggetti ai margini, entrambi tali proprio per le loro caratteristiche.
Il cinema diventa quindi soprattutto un luogo di incontro, un microcosmo all’interno del quale Mendes può raccontare una società attraversata da tensioni, contraddizioni e divisioni.
L’Empire non è semplicemente lo sfondo delle vicende, ma uno spazio nel quale convivono persone molto diverse tra loro. Un luogo apparentemente protetto, ma che non è realmente estraneo a ciò che accade all’esterno.
Ed è proprio questa dimensione a rendere interessante Empire of Light: il cinema non viene idealizzato come un mondo separato dalla realtà, ma è parte integrante di essa. La luce dello schermo convive con le ombre della società che lo circonda.
Mendes racconta così un periodo preciso della storia britannica attraverso la condizione dei suoi protagonisti, scegliendo di concentrarsi su persone che si trovano ai margini e che proprio all’interno di quel luogo sembrano trovare una possibilità di connessione.
La magia del cinema è comunque palesata sul finire dell’opera, in una scena che ne sottolinea il carattere salvifico. È probabilmente il momento in cui il film si avvicina maggiormente a un vero e proprio omaggio alla settima arte.
Ma Mendes ci avverte anche di come questo incantesimo non sia eterno e possa sparire da un momento all’altro. E la doppia anima dell’Empire è lì a testimoniarlo: da una parte la luce, la possibilità di evasione e di condivisione; dall’altra l’oscurità, la solitudine e tutto ciò che inevitabilmente filtra dall’esterno.
Ed è proprio qui che si fa vivo, più che mai, il rimando all’attualità.
Empire of Light è sicuramente un film imperfetto, che presenta fin troppe tematiche senza riuscire ad approfondirle tutte.
Mendes apre numerosi percorsi narrativi, alcuni dei quali avrebbero meritato maggiore spazio, e abbozza solamente alcuni personaggi dotati di potenziale. È il caso, ad esempio, del proiezionista interpretato da Toby Jones, figura che avrebbe potuto essere sviluppata ulteriormente e che rimane invece, almeno in parte, ai margini del racconto.
Eppure, nonostante questa tendenza ad accumulare temi e spunti senza portarli tutti alla stessa profondità, il film riesce a trattare ciascuno di questi elementi con la giusta sensibilità.
È un’opera che forse avrebbe beneficiato di una maggiore capacità di selezione, ma che proprio grazie alla varietà dei suoi argomenti riesce comunque a lasciare diversi spunti di riflessione.
Il risultato non è quindi un film perfettamente equilibrato, ma un’opera sincera nella volontà di raccontare una determinata epoca e, soprattutto, le persone che la abitano.
A stupire, più che il sempre ottimo lavoro di Roger Deakins alla fotografia, sono le morbide musiche di Trent Reznor e Atticus Ross.
La fotografia di Deakins, naturalmente, contribuisce in maniera decisiva alla costruzione dell’atmosfera del film, lavorando proprio sulla contrapposizione tra luce e ombra che attraversa l’intera opera.
Ma è la colonna sonora a rappresentare forse la sorpresa più piacevole. Le musiche di Reznor e Ross accompagnano le immagini con delicatezza, senza cercare continuamente di imporsi, contribuendo a costruire quella dimensione malinconica e sospesa che caratterizza il racconto.
In fondo, è proprio questa la natura di Empire of Light: un film che parla di luce, ma che non dimentica mai l’esistenza dell’ombra.
E forse è proprio per questo che ridurlo a un semplice omaggio al cinema significa, almeno in parte, non coglierne la vera anima.