Recensione
Queer di Luca Guadagnino è la rappresentazione del filo sottile che unisce solitudine e dipendenza, due condizioni che nel film finiscono per alimentarsi reciprocamente fino a diventare quasi impossibili da distinguere.
La prima nasce da un senso profondo di inadeguatezza che, in assenza prolungata d’amore, si espande progressivamente fino a trasformarsi in vuoto. Un vuoto che cerca sollievo proprio nella dipendenza, nel bisogno compulsivo di qualcosa o qualcuno capace, anche solo temporaneamente, di riempirlo.
È in questo spazio emotivo che si muove Lee, protagonista di Queer, interpretato da Daniel Craig e tratto dall’omonimo romanzo di William S. Burroughs. Un personaggio che sembra aver trasformato il desiderio in una vera e propria condizione esistenziale.
Lee è quasi l’incarnazione stessa della dipendenza: alcolizzato, tossicodipendente, ipersessuale, vive mosso da un desiderio costante, rivolto tanto alle sostanze quanto ai corpi, che diventa progressivamente la sua unica ragione d’essere.
Non c’è soltanto la ricerca del piacere, ma soprattutto la necessità di colmare un’assenza. Ogni sostanza, ogni incontro e ogni corpo sembrano offrire la possibilità di sfuggire, anche per un momento, a quella solitudine che continua però inevitabilmente a ripresentarsi.
Il desiderio diventa così una forma di sopravvivenza, ma anche una prigione.
In questo contesto, Eugene, interpretato da Drew Starkey, rappresenta tanto l’oggetto del desiderio quanto l’illusione di un sentimento irraggiungibile. Lee proietta su di lui qualcosa che va oltre l’attrazione fisica: la possibilità di trovare finalmente quella pienezza che gli è sempre mancata.
Ma proprio perché irraggiungibile, Eugene finisce per assumere un valore quasi astratto. Non è soltanto la persona desiderata, ma ciò che Lee pensa di poter ottenere attraverso di lui.
Con il passare dei minuti, Eugene appare anche come una proiezione di Lee stesso: una versione più giovane, autonoma, capace di non cedere ai propri vizi. Una figura speculare, il suo perfetto opposto.
È proprio questa dimensione a rendere il rapporto tra i due particolarmente interessante. Lee vede in Eugene ciò che lui non è più, o forse ciò che avrebbe voluto essere: qualcuno ancora capace di mantenere una distanza dai propri desideri e dalle proprie dipendenze.
Eugene diventa quindi contemporaneamente oggetto del desiderio e immagine riflessa. Un’altra possibile versione di Lee, separata da lui proprio da quella distanza che rende il desiderio ancora più intenso.
Non a caso, i due si incastrano in una sequenza onirica di straordinaria intensità, dopo la quale Eugene scompare nel nulla.
Ma il desiderio non svanisce.
Resta vivo nella mente di Lee, continuando ad alimentare quella dipendenza che sembrava impossibile da spezzare. Eugene continua a esistere nella sua dimensione mentale come qualcosa che Lee non riesce ad abbandonare, proprio perché rappresenta l’illusione di quella pienezza che per tutto il film ha cercato.
Fino alla conclusione.
Lee finisce, forse per errore, forse no, per liberarsi definitivamente del proprio oggetto del desiderio, uccidendolo letteralmente.
È un gesto che assume un significato che va oltre l’evento narrativo. Se Eugene è diventato la personificazione stessa del desiderio, eliminarlo significa anche spezzare il legame che tiene Lee ancorato alla propria dipendenza.
È così che Lee supera la dipendenza, ma al prezzo più alto possibile: la perdita di quell’illusoria pienezza che Eugene rappresentava.
La liberazione coincide quindi con una nuova forma di vuoto.
Non c’è una vera vittoria, perché ciò da cui Lee riesce finalmente a liberarsi è anche ciò che gli permetteva di continuare a desiderare, sperare e immaginare una possibilità diversa. Eliminando l’oggetto del desiderio, elimina anche l’illusione che quel desiderio potesse un giorno essere soddisfatto.
E così Lee si ritrova solo, di nuovo, forse per sempre.
È in questo paradosso che risiede, almeno per me, il cuore di Queer: il desiderio nasce dalla solitudine e cerca di combatterla, ma finisce per trasformarsi a sua volta in una forma di dipendenza. E quando quella dipendenza viene finalmente spezzata, ciò che rimane è proprio ciò da cui tutto aveva avuto origine: il vuoto.