Recensione
È chiaro che, se si guarda Trap esclusivamente con l’obiettivo di valutarne la verosimiglianza, non regge quasi nulla. Un approccio che si può adottare se non si conosce affatto M. Night Shyamalan e il suo cinema. Un errore, perché Trap è evidentemente qualcosa di diverso da un semplice thriller costruito sulla ricerca del colpevole: è un film a tesi, un gioco metacinematografico che utilizza la propria improbabilità come parte integrante del discorso.
Shyamalan cattura lo spettatore e lo tiene chiuso nella sua trappola grazie soprattutto alla sua abilità registica. In questo senso, Il Macellaio, il serial killer interpretato da Josh Hartnett, può essere letto quasi come un alter ego del regista stesso: entrambi costruiscono uno spazio chiuso, controllano ciò che accade al suo interno e cercano di anticipare le mosse di chi hanno di fronte.
La partita, però, non si limita al rapporto tra il protagonista e le forze dell’ordine. Anche lo spettatore entra progressivamente nel gioco. Fin dall’inizio, infatti, guardiamo Trap con l’intenzione di “sgamare” Shyamalan, quasi fossimo a conoscenza del crimine e volessimo anticipare le sue mosse narrative. Cerchiamo gli indizi, proviamo a capire dove il regista voglia portarci e, proprio come i personaggi del film, tentiamo di riconoscere la trappola prima che scatti.
A un certo punto sembra persino che sia lo spettatore a riuscire a mettere in trappola l’autore, anticipandone le intenzioni. O perlomeno ci si illude di farlo. Perché il regista, sul suo terreno, avrà sempre l’ultima parola.
È qui che Trap assume la forma di un vero e proprio film-matrioska, nel quale le trappole narrative sono molteplici e ogni livello sembra contenerne un altro. Il meccanismo può apparire poco credibile se affrontato esclusivamente secondo i criteri della verosimiglianza, ma acquista un senso diverso se lo si considera per ciò che vuole essere: un gioco tra autore e spettatore, nel quale entrambi cercano continuamente di anticiparsi.
Dentro questo gioco trovano spazio anche alcune delle riflessioni e dei temi più cari al cinema di Shyamalan, a partire da quello del “doppio”, elemento che rimanda direttamente a una certa tradizione hitchcockiana e che qui assume una forma particolarmente evidente.
La doppia vita di Cooper è infatti soltanto uno dei livelli su cui si costruisce il film. Da una parte c’è il padre apparentemente ordinario che accompagna la figlia a un concerto; dall’altra c’è il Macellaio, l’uomo che nasconde una seconda identità e una vita completamente diversa. Ma il concetto di doppio finisce per estendersi anche al rapporto tra realtà e finzione, tra ciò che vediamo e ciò che viene costruito davanti ai nostri occhi.
È proprio questa sovrapposizione a rendere interessante Trap al di là della sua storia e dei suoi meccanismi più esplicitamente thriller. Shyamalan non sembra particolarmente interessato a costruire un racconto realistico, quanto piuttosto a mettere in scena un dispositivo cinematografico consapevole della propria natura.
Il tutto prende forma, inoltre, all’interno di un film che pone un interessante focus sul rapporto con i social network, sul mondo virtuale e sulla doppia vita che sempre più spesso nascondiamo all’interno dei nostri dispositivi mobili.
Lo smartphone diventa così un ulteriore spazio narrativo, un luogo attraverso cui osservare, comunicare, controllare e, soprattutto, costruire un’identità diversa da quella che mostriamo nella vita reale. Un tema che si inserisce perfettamente nella riflessione sul doppio già presente nel film e che permette a Shyamalan di ampliare la sua trappola oltre il semplice meccanismo del thriller.
Trap è quindi un film che, più che chiedere allo spettatore di credere fino in fondo a ciò che sta accadendo, gli chiede di entrare nel gioco. Una volta accettate le sue regole, anche le evidenti forzature sulla verosimiglianza possono passare in secondo piano, lasciando spazio al confronto tra autore, personaggio e spettatore.
E forse è proprio questo il punto: in una pellicola costruita interamente intorno all’idea della trappola, anche chi guarda finisce inevitabilmente per diventarne parte.
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