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Il collezionista di carte (2021) · © Lucky Red

Recensione

Il collezionista di carte- La recensione del film

4 / 5 2021 Regia di Paul Schrader Visto il 04 settembre 2021

The Card Counter, arrivato in Italia con il titolo Il collezionista di carte, non è solamente un racconto di colpe, espiazione e redenzione, temi che appartengono da sempre al cinema di Paul Schrader. Dietro la storia del protagonista si muove infatti qualcosa di molto più grande: gli errori di un’intera nazione, le sue responsabilità e l’incapacità di fare i conti con il proprio passato.

Schrader costruisce così un film apparentemente intimo, concentrato sulla figura di un uomo solitario e tormentato, ma capace progressivamente di assumere una dimensione politica e collettiva. Il passato del protagonista non è soltanto il suo passato: è il riflesso di una storia più ampia, di una violenza che appartiene anche al Paese in cui quella storia si è consumata.

Il collezionista di carte e le colpe dell’America

Su tutta la storia aleggiano, infatti, gli errori di un’intera nazione. Un Paese che non ammette il dialogo né il perdono nei confronti del nemico e il cui senso di appartenenza è fondato anche su conquiste costruite attraverso la violenza.

È un elemento che Schrader inserisce nel racconto senza trasformare Il collezionista di carte in un film apertamente didascalico. La riflessione politica emerge piuttosto attraverso immagini, comportamenti e situazioni che assumono progressivamente un significato più ampio.

Emblematico, in questo senso, è il campione di poker che si mette a urlare “U.S.A.” quando “elimina” un giocatore. Un gesto apparentemente goliardico che, all’interno del film, assume invece una valenza tutt’altro che innocente: la competizione diventa una guerra in miniatura e la vittoria sul nemico viene celebrata come una conquista collettiva.

È una delle tante occasioni in cui il gioco diventa metafora della realtà. Perché in The Card Counter nulla è davvero soltanto ciò che sembra.

Il passato come una partita di poker

Gli eventi passati influenzano inevitabilmente le sorti del protagonista, mutando il suo presente. Proprio come nel poker, dove ogni mano è condizionata da ciò che è accaduto prima, anche l’esistenza di quest’uomo sembra essere determinata dalle carte che gli sono state distribuite nel passato.

Il suo tentativo di vivere nel presente, seguendo una routine metodica, è in realtà un modo per controllare ciò che non può essere cancellato.

Le carte diventano così un efficace elemento di parallelismo con gli eventi narrati. Il protagonista può scegliere come giocare, può cambiare strategia, può provare a mantenere il controllo, ma non può modificare le carte che ha già ricevuto.

Ed è proprio questa consapevolezza a rendere The Card Counter un film profondamente legato ai temi della colpa e dell’espiazione. Il passato non può essere cancellato: al massimo si può provare a conviverci, cercando una forma di redenzione.

Oscar Isaac, glaciale e asettico

A dare corpo a questa dimensione interiore è un Oscar Isaac glaciale e asettico, perfettamente inserito nell’atmosfera del film.

Il suo personaggio sembra aver eliminato dalla propria vita tutto ciò che è superfluo, costruendo una routine precisa e ripetitiva attraverso la quale cercare di mantenere il controllo. Anche gli spazi che attraversa vengono trasformati in luoghi impersonali, temporanei, quasi privi di identità.

Emblematico è il rituale con cui, arrivato nei motel, ricopre sistematicamente ogni elemento della stanza con grandi teli bianchi. È un gesto apparentemente pratico, ma che finisce per assumere un significato profondamente simbolico: cancellare l’ambiente, neutralizzarlo, renderlo anonimo.

Il bianco dei teli sembra così rappresentare il tentativo di rimuovere ogni traccia, mentre sotto quella superficie ordinata e asettica continua a nascondersi un passato impossibile da eliminare.

La regia di Paul Schrader e il contrasto tra luce e oscurità

La regia di Paul Schrader convince e riesce a regalarci alcune sequenze di grande impatto. Il regista costruisce un’atmosfera controllata e sospesa, nella quale la tensione non nasce necessariamente dall’azione, ma dalla sensazione che qualcosa, prima o poi, sia destinato a esplodere.

Riuscito è anche il contrasto tra i grigi e nuvolosi ambienti esterni e i luminosi interni al neon dei casinò. Due dimensioni visive apparentemente opposte che diventano quasi un’allegoria del reale animo del protagonista.

Fuori prevalgono il grigio, la freddezza e la desolazione. Dentro, invece, i casinò esplodono di luci artificiali, colori e movimento. Ma è proprio sotto quelle luci che si nasconde il lato più oscuro della vicenda.

Perché il protagonista, dietro la sua superficie glaciale e controllata, è portatore di un fuoco malato pronto a esplodere.

E Schrader lavora proprio su questa contraddizione: sull’apparente immobilità di un uomo che, in realtà, porta dentro di sé una tensione costante. Un uomo che prova a trasformare la propria vita in una partita ordinata, prevedibile e controllabile, mentre il passato continua a ricordargli che alcune carte, una volta scoperte, non possono più essere rimesse nel mazzo.

Il collezionista di carte è così, prima ancora che un film sul gioco d’azzardo, un film sul peso delle proprie scelte e sulla possibilità di giocare una nuova partita quando quella precedente sembra ormai irrimediabilmente persa.