Recensione
Il cinema, così come la letteratura, è pieno di storie riproposte all’infinito, eppure capaci di continuare a funzionare benissimo. È davvero un male?
Project Hail Mary rientra perfettamente in questa categoria. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Andy Weir, lo stesso autore di The Martian, e l’affinità tra le due opere è evidente. La sceneggiatura, adattata da Drew Goddard, riprende infatti alcuni degli elementi che avevano caratterizzato il precedente lavoro di Weir, inserendoli però all’interno di una storia di fantascienza più ampia e ambiziosa.
Al suo interno ritroviamo molti degli ingredienti tipici dei grandi racconti fantascientifici che, dopo 2001: Odissea nello spazio, continuato a interrogarsi sul rapporto tra l’uomo, l’universo e ciò che ancora non conosciamo.
La formula è quella del viaggio interstellare dalle conseguenze universali, ma la sua declinazione è sorprendentemente ironica e accessibile. Dietro la grande avventura spaziale, però, si nasconde un percorso molto più profondo e intimo per il protagonista.
È proprio qui che il film riesce a trovare la sua dimensione più interessante. Perché, al di là della fantascienza, delle minacce cosmiche e della sopravvivenza, Project Hail Mary parla soprattutto della necessità di entrare in relazione con qualcun altro.
Ed è meraviglioso scoprire come la solitudine non appartenga alla natura di nessun essere sociale, umano o alieno che sia.
Diventa quasi più semplice affrontare il pericolo più estremo, o persino rinunciare a tutto, anche alla propria vita, quando si tiene a qualcuno piuttosto che a nessuno. È uno dei grandi paradossi dell’umanità: siamo esseri capaci di sopportare e affrontare praticamente qualsiasi cosa quando abbiamo qualcuno per cui farlo.
E sono proprio i sentimenti e le emozioni a tenere in vita i protagonisti, trasformando progressivamente una storia apparentemente basata sulla sopravvivenza in qualcosa di molto più universale.
Il grande merito di Project Hail Mary è quindi quello di non vergognarsi delle proprie emozioni. La fantascienza diventa il contenitore attraverso cui raccontare qualcosa di estremamente semplice e umano: il bisogno dell’altro.
È una sincerità che il film riesce a trasmettere con grande efficacia, senza rinunciare all’ironia e al senso di meraviglia tipico del genere.
E forse la misura migliore del risultato raggiunto è proprio questa: se un film riesce a farti emozionare per una roccia, allora significa che ha decisamente colpito nel segno.
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