Recensione
Contro ogni mia previsione, soprattutto considerando il precedente Barbarian, Weapons è riuscito a sorprendermi. Zach Cregger torna all’horror con un film contemporaneo e mainstream che, pur muovendosi all’interno dei meccanismi del genere, riesce a sfruttare il simbolismo in maniera raffinata, senza però rinunciare a una comunicazione molto più diretta attraverso le immagini. È proprio questo equilibrio tra allegoria e immediatezza a rendere Weapons un’opera decisamente interessante.
Innanzitutto, è un film che si prende il suo tempo. Cregger non ha fretta di arrivare alle risposte e costruisce con cura un’idea narrativa che procede come un vero e proprio puzzle, articolandosi attraverso più punti di vista. La storia viene quindi ricomposta progressivamente, aggiungendo ogni volta nuovi elementi e permettendo allo spettatore di osservare gli stessi eventi da prospettive differenti. Una struttura che contribuisce a mantenere alta la tensione e, soprattutto, a costruire il mistero senza bruciarlo troppo rapidamente.
Dal punto di vista tecnico, Weapons è davvero notevole. La regia di Zach Cregger è solida e consapevole, così come il montaggio, che riesce a gestire una struttura narrativa tutt’altro che semplice senza trasformarla in un esercizio di stile fine a se stesso. Cregger dimostra di avere una notevole capacità nel costruire tensione e nel lavorare sulle immagini, lasciando spesso che siano proprio queste a suggerire qualcosa che il racconto non esplicita immediatamente.
Trovo sinceramente inutili, invece, alcune delle critiche che si concentrano sui presunti buchi logici o sulle incoerenze della trama. Aspettarsi una totale verosimiglianza da un racconto di questo tipo non ha molto senso, soprattutto quando il film dichiara fin dall’inizio di voler costruire una storia che si muove tra horror, simbolismo e dimensione quasi fiabesca. Dubito, inoltre, che lo stesso Cregger si sia preoccupato più di tanto di rendere ogni singolo passaggio perfettamente razionale. L’importante, in questo caso, è capire cosa il film vuole raccontare attraverso questa costruzione.
Ed è proprio sul piano simbolico che, secondo me, Weapons trova la sua dimensione più interessante. La riflessione sulla società americana e sulla diffusione della violenza è tutt’altro che marginale e attraversa l’intero film.
Le armi non sono semplicemente oggetti fisici. Le armi camminano sulle gambe delle persone e passano attraverso le loro mani: le vere armi sono gli uomini stessi.
La violenza è infatti celata all’interno delle case, proprio come accadeva in Barbarian, e da lì finisce per corrompere ogni cosa, comprese le nuove generazioni. Il luogo che dovrebbe rappresentare sicurezza e protezione diventa così il punto di partenza di qualcosa di molto più grande e incontrollabile.
L’inevitabile conseguenza è il proliferare della violenza stessa, che progressivamente fuoriesce dalle abitazioni e invade ogni ambiente della società. Dalla dimensione privata a quella collettiva, fino ad arrivare alle scuole, con un riferimento piuttosto evidente al tema delle stragi scolastiche e alla particolare relazione che gli Stati Uniti hanno con la violenza armata. Anche altre letture hanno individuato nel film una possibile allegoria delle sparatorie scolastiche e, più in generale, delle reazioni collettive alla paura e al trauma.
In questo senso, il titolo Weapons assume un significato che va ben oltre quello più immediato. Non sono soltanto le armi a essere pericolose: è una società che trasforma le persone in strumenti di violenza.
Ed è forse proprio qui che il film riesce a essere più efficace: non si limita a costruire un horror basato sul mistero, sulla tensione o sulla ricerca di una spiegazione, ma utilizza questi elementi per parlare di qualcosa che esiste ben al di fuori dello schermo.
In definitiva, Weapons è un film molto intelligente, che non si limita a intrattenere. Zach Cregger dimostra di aver trovato un modo personale per utilizzare i meccanismi dell’horror mainstream, costruendo un racconto capace di funzionare sul piano della tensione ma anche di lasciare allo spettatore qualcosa su cui riflettere una volta terminata la visione.
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