Recensione
Supergirl arriva a un solo anno di distanza da Superman, diventando il secondo tassello del rinato universo cinematografico dei DC Studios. E, per certi versi, rappresenta quasi il riflesso speculare del film di James Gunn.
Se Superman raccontava un eroe già formato, che aveva accettato e imparato a padroneggiare i propri poteri, Supergirl segue invece una protagonista fragile e tormentata, costretta a fare i conti con sé stessa prima ancora che con le proprie capacità. Anche l’ambientazione segna una differenza netta: laddove Superman era completamente ambientato sulla Terra, il film di Craig Gillespie porta Kara Zor-El in un viaggio attraverso la galassia.
Il confronto con Superman è interessante anche per il modo in cui i due film affrontano i propri temi.
Supergirl appare infatti più essenziale e focalizzato, mentre il film di Gunn cercava di affrontare contemporaneamente numerosi argomenti, finendo, a mio avviso, per disperdere parte della propria efficacia. Qui, invece, il percorso della protagonista è più definito: la Kara interpretata da Milly Alcock deve perdersi completamente per ritrovarsi e comprendere quale sia il proprio posto nell’universo.
È un percorso di crescita che passa inevitabilmente attraverso la fragilità, il dolore e la necessità di confrontarsi con ciò che si è diventati.
Come suo cugino, anche Supergirl è un personaggio profondamente umano, nonostante la sua natura extraterrestre. Ma incarna aspetti diversi dell’umanità e proprio questa differenza rende interessante il suo inserimento nel nuovo DC Universe.
La sua forza sta soprattutto nel fatto che non è definita dal suo essere donna: è un personaggio che va oltre il genere. E forse è proprio questo un elemento che ancora oggi una parte del pubblico fatica ad accettare.
Del resto, viene spontaneo chiedersi se sia davvero un caso che una parte consistente dei cinecomic con protagoniste femminili venga accolta negativamente. In alcuni casi le critiche sono assolutamente comprensibili e legate alla qualità effettiva dei film; in altri, però, come questo, mi sembrano decisamente meno giustificate.
Ridurre Supergirl alla presenza di una protagonista femminile significa infatti perdere di vista il percorso del personaggio e ciò che il film cerca di raccontare. Kara non è interessante perché è una supereroina donna: è interessante perché è un personaggio in crisi, alla ricerca di un equilibrio e di una propria identità.
Tra i personaggi secondari, è Lobo a conquistare inevitabilmente la scena. L’interpretazione di Jason Momoa è irresistibile e, personalmente, non vedo l’ora di rivederlo.
Per quanto mi riguarda, questo nuovo corso cinematografico dei DC Studios continua quindi a convincermi. Dopo Superman, Supergirl conferma una direzione che trovo interessante proprio perché non cerca necessariamente di replicare il film precedente, ma prova a costruire un universo attraverso personaggi e percorsi differenti.
Ora non resta che vedere dove porterà questo nuovo DC Universe. Ma, almeno per il momento, se questa è la direzione, non ho davvero molto di cui lamentarmi.
Ne ho parlato anche nel podcast
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