Recensione
Dopo l’ottimo lavoro seriale realizzato con The Curse, Benny Safdie debutta in solitaria alla regia cinematografica con The Smashing Machine, film che segna anche una svolta “autoriale” per Dwayne Johnson.
Un passaggio interessante per entrambi. Da una parte Safdie si allontana, almeno in parte, dall’urgenza e dall’iperattività che avevano caratterizzato il cinema realizzato insieme al fratello Josh; dall’altra, Dwayne Johnson si confronta con un ruolo che gli permette di mettere da parte l’immagine della star e del divo d’azione per concentrarsi maggiormente sulla dimensione umana e drammatica del personaggio.
Ritornano alcuni elementi caratteristici del cinema dei Safdie, ma vengono messi in scena attraverso un approccio decisamente meno convulso. Siamo lontani dall’iperattività stilistica di Good Time e Uncut Gems: il ritmo e la messa in scena sembrano qui più controllati, lasciando maggiore spazio ai personaggi e alla loro dimensione interiore.
The Smashing Machine è una storia di dipendenze che, per certi versi, sfiora tematiche già affrontate in The Wrestler.
Il parallelismo viene quasi spontaneo: entrambi sono film che raccontano corpi messi alla prova, professionisti che hanno costruito la propria identità attorno alla dimensione fisica e un mondo dello spettacolo e dello sport nel quale il corpo diventa inevitabilmente uno strumento da consumare.
Sarebbe però un errore accostare troppo i due film, perché sono profondamente diversi per intenti, tono e prospettiva.
Safdie non sembra interessato a replicare la parabola di The Wrestler, ma utilizza alcuni elementi apparentemente simili per costruire un racconto differente, nel quale la dipendenza e il rapporto con il proprio corpo diventano parte di una riflessione più ampia sulla caduta e sulla difficoltà di accettarla.
Ed è proprio qui che The Smashing Machine trova uno degli aspetti più interessanti della propria narrazione.
Interessante è infatti la scelta di dare centralità alle sconfitte, costruendo un vero e proprio climax attorno a questi momenti.
Solitamente il cinema sportivo tende a costruire la propria tensione intorno alla vittoria, al superamento dei limiti e alla conquista del traguardo. Qui, invece, sono le sconfitte ad assumere un’importanza particolare.
La caduta non viene necessariamente presentata come qualcosa da evitare a ogni costo, ma come una possibilità. In un certo senso, il film mette in luce il lato positivo e persino il potere liberatorio della rassegnazione.
Accettare di non poter essere invincibili, accettare i propri limiti e riconoscere che una determinata battaglia non può essere vinta può diventare, paradossalmente, una forma di liberazione.
È una prospettiva interessante proprio perché si oppone alla retorica tradizionale dello sport e del successo: non sempre bisogna rialzarsi, non sempre bisogna continuare a combattere. A volte è necessario comprendere quando smettere di farlo.
Uno degli elementi più interessanti del film è naturalmente Dwayne Johnson, chiamato a confrontarsi con un ruolo lontano dall’immagine di The Rock alla quale il pubblico è abituato.
È particolarmente riuscito il lavoro svolto attorno alla sua fisicità. Il corpo dell’attore non è semplicemente uno strumento attraverso il quale interpretare il protagonista, ma diventa parte integrante del racconto e della sua evoluzione.
La presenza fisica di Johnson, solitamente associata alla forza, alla potenza e all’invincibilità, viene così reinterpretata attraverso una dimensione più fragile e vulnerabile.
È proprio questa trasformazione a rendere The Smashing Machine un passaggio importante nella carriera dell’attore: non soltanto perché gli permette di allontanarsi dai ruoli che hanno costruito la sua popolarità, ma perché utilizza la sua stessa immagine pubblica per metterla in discussione.
Ottimo anche il lavoro sulle musiche, curate da Nala Sinephro.
La colonna sonora contribuisce a costruire l’atmosfera del film senza sovrastarla, accompagnando il racconto e assecondandone la dimensione più intima e malinconica.
È una componente che si integra bene con l’approccio più controllato adottato da Safdie e che contribuisce a distinguere The Smashing Machine dai lavori precedenti del regista.
Dopo la frenesia di Good Time e Uncut Gems, Benny Safdie sceglie quindi una strada diversa: un cinema meno “urlato”, ma non per questo meno intenso, e al centro ci sono il corpo, la dipendenza, la caduta e, soprattutto, la possibilità di trovare una forma di libertà proprio quando si accetta di aver perso.
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