Recensione
The Odyssey di Christopher Nolan è, prima di tutto, un film che sembra racchiudere gran parte delle ossessioni, dei temi e delle idee che hanno attraversato il cinema del regista negli ultimi venticinque anni. Attraverso il poema epico per eccellenza, Nolan mette in scena tutta l’epica del suo cinema: The Odyssey rappresenta, di fatto, la summa della filmografia di Christopher Nolan.
Più che Ulisse, torna Prometeo, come già in Oppenheimer. Il cavallo di Troia diventa l’oggetto attorno a cui ruota la svolta della civiltà: la violazione della legge degli dèi e degli uomini, il dono che si trasforma in guerra, l’ingegno che genera il conflitto.
L’assenza del divino, della sua reale influenza e la sua natura illusoria (emblematica, in questo senso, la figura di Atena) restituiscono all’uomo la piena responsabilità del proprio destino. È l’essere umano, con il proprio ingegno e le proprie scelte, a determinare il corso degli eventi.
Allo stesso modo, il regista si appropria del testo dell’Odissea e lo rimodella, facendone materia cinematografica. Ed è proprio qui che The Odyssey rivela la sua natura metacinematografica: l’unica vera divinità è il cinema, e a crearlo sono gli uomini.
Nolan sembra quindi utilizzare il viaggio di Ulisse non soltanto per raccontare una delle storie più celebri della cultura occidentale, ma anche per riflettere ancora una volta sul proprio rapporto con il cinema, con la narrazione e con il potere delle immagini.
In questo senso, The Odyssey appare come un film inevitabilmente legato alle opere precedenti del regista. Ci sono suggestioni e temi che ritornano, trasformati all’interno di un racconto apparentemente molto diverso: l’ossessione, il viaggio, il rapporto con il tempo, il peso delle proprie scelte e le conseguenze che possono derivare dal desiderio umano di spingersi oltre i propri limiti.
Sul piano strettamente cinematografico, The Odyssey è indubbiamente un film muscolare, costruito con grande perizia e sostenuto dal lavoro di maestranze di altissimo livello. La spettacolarità, la scala produttiva e la cura tecnica sono evidenti in ogni momento.
Tra i contributi più importanti spicca quello di Ludwig Göransson, autentico gigante contemporaneo nel suo campo, la cui musica accompagna e amplifica la dimensione epica del film.
Dove The Odyssey mi ha convinto meno è invece sul piano delle idee. Le riflessioni che propone finiscono infatti per apparire piuttosto prevedibili, soprattutto se lette alla luce della stessa filmografia di Nolan. Molti degli interrogativi affrontati dal film sono già presenti, in forme diverse, nelle opere precedenti del regista.
Ed è forse proprio questo il principale limite di questa Odissea cinematografica: più che aprire nuove strade, Nolan sembra portare a compimento un percorso che conosciamo già.
Una seconda visione, non ha fatto altro che confermare i principali pregi e difetti del film, mentre a rafforzarsi è il discorso di fondo (anche metacinematografico) che probabilmente Nolan intendeva celare dietro quest’opera.
Non è nulla di particolarmente innovativo, ma è comunque coerente, ha un suo senso e merita di essere preso in considerazione. Anzi, proprio la seconda visione permette di soffermarsi maggiormente su alcuni elementi che, all’interno della grande macchina spettacolare di The Odyssey, rischiano inizialmente di passare in secondo piano.
Il risultato è quindi un film che può essere letto anche come una sorta di autoritratto indiretto del suo autore: Christopher Nolan racconta Ulisse, ma nel farlo continua inevitabilmente a raccontare sé stesso e il proprio cinema.
Nel complesso, The Odyssey è un’opera confezionata con grande cura, ambiziosa e tecnicamente impressionante, ma meno sorprendente sul piano delle idee rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare da un nuovo film di Nolan.
E forse il suo interesse principale risiede proprio qui: nell’aver trovato, nel poema di Omero, una storia capace di contenere e riflettere molte delle ossessioni che il regista ha inseguito per tutta la sua carriera.
Non è una rivoluzione, dunque, ma una summa. Un ritorno alle origini dell’epica per chi, da oltre venticinque anni, continua a interrogarsi sulle stesse grandi domande: cosa siamo disposti a sacrificare per raggiungere ciò che desideriamo? E quali conseguenze siamo pronti ad accettare per le nostre scelte?
Ne ho parlato anche nel podcast
Film Runner Podcast