Recensione
Torno regolarmente a questo film. Puntualmente sento il bisogno di rivederlo, ma fino a oggi non ne avevo mai scritto. La ragione è che L’uomo che uccise Don Chisciotte mi suscita ogni volta un flusso di pensieri difficile da ordinare.
È un’opera che celebra la forza del sogno, del cinema e del potere di quest’ultimo nel dare vita ai sogni stessi. Ed è significativo che tutto questo trovi un fondamento già nella travagliatissima storia produttiva del film, durata quasi trent’anni: un sogno inseguito da Terry Gilliam per decenni, continuamente ostacolato, interrotto e rimodellato, fino ad arrivare alla forma che oggi conosciamo.
In questo senso, la storia produttiva de L’uomo che uccise Don Chisciotte sembra quasi diventare parte integrante del film stesso. Il progetto è stato per Gilliam un’ossessione, un’impresa apparentemente impossibile da portare a compimento. E proprio come accade al suo protagonista, anche il regista ha continuato a inseguire il proprio sogno nonostante tutto.
Così come le letture del romanzo originale plasmano il protagonista di Cervantes, trasformando progressivamente la sua percezione della realtà, il cinema riesce a fare lo stesso con gli spettatori, trasportandoli in un mondo fantastico e permettendo loro di guardare la realtà attraverso occhi diversi.
Non è nemmeno un caso che il piccolo paese in cui si svolgono gli eventi si chiami Los Sueños: i sogni sono letteralmente il luogo in cui il film prende forma.
Gilliam costruisce così un’opera profondamente metatestuale, nella quale la storia raccontata e la storia stessa del film finiscono continuamente per riflettersi l’una nell’altra.
Il regista disilluso interpretato da Adam Driver, un ex giovane promettente ormai completamente smarrito, finisce per girare uno spot pubblicitario - per caso o per destino - proprio negli stessi luoghi in cui aveva diretto il suo primo lavoro una decina di anni prima.
È difficile non vedere in Toby un evidente alter ego di Gilliam: un uomo che ha perso il rapporto con il proprio sogno e che, attraverso un viaggio assurdo e surreale, è costretto a ritrovare quella parte di sé che aveva progressivamente abbandonato.
E poi c’è Don Chisciotte, interpretato da uno straordinario Jonathan Pryce.
Il vecchio è l’incarnazione del sogno perduto di Toby, della sua purezza, della sua ingenuità e della sua spontaneità. È una figura apparentemente folle, ma proprio attraverso questa follia riesce a ricordare al protagonista ciò che aveva smesso di vedere.
Il viaggio surreale che i due intraprendono diventa così anche un percorso di riappropriazione di sé. Toby deve lasciarsi trascinare dentro quel mondo assurdo per riuscire finalmente a tornare a guardare la realtà con occhi diversi.
E al termine del viaggio riuscirà, ancora una volta, a “vedere i giganti”.
È probabilmente questa la chiave attraverso cui continuo a tornare al film: nonostante tutte le sue imperfezioni, L’uomo che uccise Don Chisciotte parla di quella necessità, profondamente umana, di continuare a credere in qualcosa anche quando la realtà sembra suggerirci di smettere.
Per questo lo considero un vero e proprio testamento spirituale di Terry Gilliam: ad oggi il suo ultimo lavoro, ma si spera ancora per poco, e forse uno dei più personali proprio perché contiene, dentro la sua storia fantastica e surreale, qualcosa della storia stessa del suo autore.
Un film sul cinema, sul sogno e sulla capacità di continuare a inseguirlo anche quando sembra impossibile raggiungerlo.
Quixote vive!