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Locandina di L'uomo che uccise Don Chisciotte 5
L'uomo che uccise Don Chisciotte (2018) · © M2 Pictures

Recensione

L'uomo che uccise Don Chisciotte- La recensione del film

5 / 5 2018 Regia di Terry Gilliam Visto il 19 agosto 2025

Torno regolarmente a questo film. Puntualmente sento il bisogno di rivederlo, ma fino a oggi non ne avevo mai scritto. La ragione è che L’uomo che uccise Don Chisciotte mi suscita ogni volta un flusso di pensieri difficile da ordinare.

È un’opera che celebra la forza del sogno, del cinema e del potere di quest’ultimo nel dare vita ai sogni stessi. Ed è significativo che tutto questo trovi un fondamento già nella travagliatissima storia produttiva del film, durata quasi trent’anni: un sogno inseguito da Terry Gilliam per decenni, continuamente ostacolato, interrotto e rimodellato, fino ad arrivare alla forma che oggi conosciamo.

In questo senso, la storia produttiva de L’uomo che uccise Don Chisciotte sembra quasi diventare parte integrante del film stesso. Il progetto è stato per Gilliam un’ossessione, un’impresa apparentemente impossibile da portare a compimento. E proprio come accade al suo protagonista, anche il regista ha continuato a inseguire il proprio sogno nonostante tutto.

Il cinema come forma di sogno

Così come le letture del romanzo originale plasmano il protagonista di Cervantes, trasformando progressivamente la sua percezione della realtà, il cinema riesce a fare lo stesso con gli spettatori, trasportandoli in un mondo fantastico e permettendo loro di guardare la realtà attraverso occhi diversi.

Non è nemmeno un caso che il piccolo paese in cui si svolgono gli eventi si chiami Los Sueños: i sogni sono letteralmente il luogo in cui il film prende forma.

Gilliam costruisce così un’opera profondamente metatestuale, nella quale la storia raccontata e la storia stessa del film finiscono continuamente per riflettersi l’una nell’altra.

Il regista disilluso interpretato da Adam Driver, un ex giovane promettente ormai completamente smarrito, finisce per girare uno spot pubblicitario - per caso o per destino - proprio negli stessi luoghi in cui aveva diretto il suo primo lavoro una decina di anni prima.

È difficile non vedere in Toby un evidente alter ego di Gilliam: un uomo che ha perso il rapporto con il proprio sogno e che, attraverso un viaggio assurdo e surreale, è costretto a ritrovare quella parte di sé che aveva progressivamente abbandonato.

Don Chisciotte e il sogno perduto

E poi c’è Don Chisciotte, interpretato da uno straordinario Jonathan Pryce.

Il vecchio è l’incarnazione del sogno perduto di Toby, della sua purezza, della sua ingenuità e della sua spontaneità. È una figura apparentemente folle, ma proprio attraverso questa follia riesce a ricordare al protagonista ciò che aveva smesso di vedere.

Il viaggio surreale che i due intraprendono diventa così anche un percorso di riappropriazione di sé. Toby deve lasciarsi trascinare dentro quel mondo assurdo per riuscire finalmente a tornare a guardare la realtà con occhi diversi.

E al termine del viaggio riuscirà, ancora una volta, a “vedere i giganti”.

È probabilmente questa la chiave attraverso cui continuo a tornare al film: nonostante tutte le sue imperfezioni, L’uomo che uccise Don Chisciotte parla di quella necessità, profondamente umana, di continuare a credere in qualcosa anche quando la realtà sembra suggerirci di smettere.

Per questo lo considero un vero e proprio testamento spirituale di Terry Gilliam: ad oggi il suo ultimo lavoro, ma si spera ancora per poco, e forse uno dei più personali proprio perché contiene, dentro la sua storia fantastica e surreale, qualcosa della storia stessa del suo autore.

Un film sul cinema, sul sogno e sulla capacità di continuare a inseguirlo anche quando sembra impossibile raggiungerlo.

Quixote vive!